Abstract
Nella società ipermoderna, sempre più achievement-oriented, i contesti educativi si allineano con la cultura del perfezionismo e dell’urgenza: è diffusa la convinzione che per trovare un posto nel mondo adulto occorra competere con gli altri, superandoli nel minor tempo possibile. Ma se nella scuola prevale ancora l’eteroregolazione, l’università richiede agli studenti un’improvvisa e complessa autoregolazione insieme al raggiungimento di standard di “funzionamento macchinico” che alimentano la “malattia d’idealità”. In questo scenario, fra le principali difese utilizzate dagli studenti universitari vi è la procrastinazione – diversa dallo strategic delay – una strategia di evitamento del compito che cerca di allontanare le emozioni negative, come la paura del fallimento e l’ansia del futuro, ma porta con sé conseguenze dannose sul benessere e sullo sviluppo dei giovani adulti, fino all’abbandono degli studi e a varie forme di disagio psicologico. Alcune ricerche recenti mostrano che nella procrastinazione dei compiti accademici giocano un ruolo importante sia gli stili educativi familiari contemporanei, che alimentano il narcisismo vulnerabile e la paura di deludere le aspettative dei genitori; sia le politiche economiche e sociali che non favoriscono l’equità formativa e una dignitosa occupazione giovanile, alimentando il senso di precarietà e l’incertezza per il futuro. Le politiche universitarie dovrebbero tener conto di questi dati, per non trascurare i bisogni evolutivi presenti dei giovani adulti e contemporaneamente proteggere le nostre democrazie.
