Abstract
Il contributo propone una riflessione teorica sulla distinzione tra guerra e conflitto e sul ruolo dei processi intermedi nella costruzione della convivenza civile. Muovendo dalla critica della dicotomia semantica pace/guerra e dall'introduzione del conflitto come terzo termine (Pagliarani, 1993), il saggio articola tre traiettorie intrecciate: il riconoscimento del valore generativo della conflittualità, la teoria degli spazi liminali e transizionali e l'analisi psicodinamica dei processi di mediazione. Attraverso un percorso che attraversa registri psicoanalitici, psicologici e antropologico-sociali, si sostiene che la capacità di abitare il conflitto — anziché trasformarlo in guerra — dipende dalla qualità delle strutture intermedie, intrapsichiche, intersoggettive e culturali, che una società riesce a costruire, garantire e trasmettere. La guerra viene letta come una forma di liminalità collettiva non elaborata: essa riproduce le caratteristiche morfologiche del rituale liminale — sospensione del tempo ordinario, dissoluzione dei confini abituali, communitas — senza però disporre della cornice simbolica capace di contenere e trasformare l'esperienza caotica che genera. Ne deriva un'architettura psicosociale fondata sull'iper-semplificazione, sul collasso della modalità del possibile e sull'attacco al legame. Nella parte conclusiva si discutono i processi terziari (Green), la capacità negativa (Bion) e le formazioni intermediarie (Kaës) come fondamenti di una psicologia del conflitto generativo, e si propone la coltivazione degli spazi intermedi come forma essenziale del lavoro di civiltà.

